"Gentilini" di L. Sinisgalli (1964)    


in "Panorama delle Arti", a. III, n. 11, Roma, gennaio-giugno 1964, pp. 16-17
   
[…] La scrittura di Gentilini non è calligrafia (il calligrafo non sa mai quello che scrive), e neppure copia, imitazione, assunzione del vero. C’è alla base della sua grafia tagliente una forte distorsione e un calcolato squilibrio. C’è la dinamica della marionetta. Si potrebbe anche indicare una discendenza del “comico” di Gentilini, da Bracelli a Kleist, da Baudelaire ai cartoni animati e parallelamente fare la storia del suo “humour noir”, del suo romanticismo sepolcrale, dai graffiti a Dubuffet, la storia delle sue forme schiacciate, raccolte cioè nel contorno come sulle medaglie e sui marciapiedi. Ma non divaghiamo. Gentilini incide, taglia, graffia, raramente disegna. Negli ultimi tempi egli ha abbandonato le superfici lisce e lavora su tele ruvide come carte vetrate. Con utensili a punta, simili a chiodi e a coltelli, o con pennini d’acciaio a doppia lingua, specie nelle illustrazioni, di Kafka o di Zavattini, dove il foglio appare qua e là addirittura lacerato dall’eccesso di pressione e dalla espansione dell’alveo di inchiostro che circonda un particolare, o due o tre, dell’insieme tenuto appena visibile. 
Sul fondo di una olimpicità o di un distacco dal soggetto, di una indifferenza e perfino una freddezza addirittura neoclassica, Gentilini ha innestato la sua ironia, la sua verve che è come il brecco sulla foglia, o, se si vuole, la pulce sulla rosa, e, meglio, un verme che ne contagia l’eccesso di buon gusto e di eleganza, che altrimenti potrebbe diventare perfino stucchevole. […].